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sabato 1 marzo 2014

EPATITE C: etica, mercato, diritto alla salute

Sarebbe bene interrogarsi sul rapporto etica e scienza non solo per decidere se un embrione è già persona. noi che persone lo siamo senza se e senza ma, ci troviamo di fronte il dilemma.

Può avere un prezzo la vita umana?

A quanto pare sì: dai 28.000 ai 128.000 dollari.

Se accettiamo questo non spendiamoli nemmeno, perchè un tumore ha invaso la nostra coscienza, ancor prima del nostro fegato....allora se l'unica Legge è il Mercato:  se la tengano la pasticca miracolosa, ci cureremo con le piante medicinali e asseconderemo la natura biologica nelle sue potenzialità di auto-rigenerazione.

Nel DNA abbiamo tutti i manuali di istruzione per le riparazioni, basta imparare a sfogliarli ed a leggerli, con la pastiglia forse guariamo dall'epatite C, ma in questo modo evolviamo.

Sofosvubir, sovaldi e epatite C - Medicina Biologica BLOG

giovedì 19 aprile 2012

Boceprevir: bloccare la riproduzione del virus dell'Epatite C

In Italia ogni anno si registrano 1000 i nuovi casi di epatite C e 10 mila i decessi HCV correlati.
Puntare all'eradicazione del virus dell'epatite C,  grazie a un nuovo farmaco che agisce direttamente contro il virus è' la speranza legata alla molecola boceprevir che arrivera' nei prossimi mesi in Italia.

Il boceprevir  capostipite di una nuova classe di farmaci, capace di eradicare completamente il virus dell’epatite C, è indicato per il trattamento dell'epatite C cronica  da genotipo 1  in associazione con altri due medicinali: peginterferone alfa e ribavirina
Il boceprevir, è un inibitore della proteasi.
Esso blocca un enzima denominato HCV NS3 proteasi, che si trova sul virus dell'epatite C da genotipo 1 ed è implicato nella duplicazione del virus. 
Se l'enzima viene bloccato, il virus non è in grado di riprodursi normalmente e il tasso di duplicazione viene rallentato, favorendo l'eliminazione del virus.
L'impiego del boceprevir associato alla terapia standard si è dimostrato efficace nel trattamento di pazienti con epatite C cronica da genotipo 1 in associazione alla terapia con peginterferone alfa e ribavirina.
Il farmaco è stato sviluppato dalla Schering-Plough, azienda confluita in Merck nel 2009. Esso è stato approvato dalla FDA il 13 maggio 2011; si pensa che entro l'anno 2012 sarà disponibile anche in Italia
 Nello studio condotto su pazienti già trattati in precedenza, si osservata guarigione nel 66% dei soggetti che avevano ricevuto Victrelis per 44 settimane (242 su 366) rispetto al 38% dei pazienti trattati con placebo (137 su 363).
In un secondo studio, condotto su pazienti che non avevano risposto a una precedente terapia, il tasso di guarigione è stato del 67% (107 su 161) dei pazienti trattati con Victrelis per 44 settimane rispetto al 21% (17 su 80) dei soggetti cui era stato somministrato placebo.
E' risultato efficace anche in alcuni pazienti il cui trattamento è stato interrotto precocemente essendo stata accertata la guarigione dall'infezione tramite esami del sangue.

Effetti collaterali riscontrati e indicazioni
Può indurre un maggior numero di casi di anemia (diminuzione del numero di globuli rossi nel sangue) rispetto al solo trattamento con peginterferone e ribavirina. 
Gli altri effetti indesiderati più comuni sono affaticamento, nausea, mal di testa e disgeusia (disturbo del senso del gusto). 
Non deve essere usato in persone che potrebbero essere ipersensibili (allergiche) a boceprevir o ad una qualsiasi delle altre sostanze. 

Non può essere usato in soggetti con epatite autoimmune (un'epatite causata da un disturbo del sistema immunitario) o nelle donne in gravidanza. 
Può rallentare la metabolizzazione di alcuni medicinali nel fegato. Questi medicinali possono essere nocivi se presenti in percentuale elevata nel sangue; di conseguenza, è importante evitare l'assunzione concomitante di questi medicinali con il boceprevir.







mercoledì 18 gennaio 2012

Epatite C : togliere casa al virus

Fonte: Gaianews.it

Più di 170 milioni di persone nel mondo soffrono di epatite C, la malattia causata da infezione cronica da HCV, il virus che la causa. La malattia colpisce il fegato ed è una delle principali cause di cancro del fegato e e di trapianto di fegato in tutto il mondo.

L’HCV si trasmette attraverso il contatto con sangue infetto e non esiste un vaccino per prevenire il contagio. Gli attuali trattamenti contro la malattia sono solo moderatamente efficaci e possono causare gravi effetti collaterali.

“Quando l’HCV infetta una persona, ha bisogno delle cellule di grasso presenti nel fegato per formare nuove particelle virali”, ha detto Jean Francois, professore associato presso il Dipartimento di Microbiologia e Immunologia e Direttore Scientifico del Fondo per le Malattie Infettive e della Ricerca Epidemic (FINDER) dell’Università della British Columbia. “In questo processo provoca l’accumulo di grasso nel fegato e alla fine porta alla disfunzione cronica dell’organo.”

“L’HCV è in costante mutamento, il che rende difficile lo sviluppo di terapie antivirali che colpiscono il virus stesso. Così abbiamo deciso di adottare un nuovo approccio”.

Jean e il suo team hanno sviluppato un inibitore che riduce la dimensione delle particelle ospiti di grasso nelle cellule epatiche, e questo sembra fermare l’HCV dal “prendere dimora”, moltiplicarsi e infettare altre cellule.

“Il nostro approccio blocca essenzialmente il ciclo di vita del virus, in modo che non può diffondersi e causare ulteriori danni al fegato”, ha detto Jean.


giovedì 30 luglio 2009

Epatite C: un prelievo del sangue sostituirà la biopsia

Fino a oggi era l'esame piu' sicuro anche se spesso molto fastidioso per il paziente: la biopsia epatica, una tecnica invasiva per estrarre cellule direttamente dal fegato.
Oggi esiste un'alternativa rappresentata da FibroTest, che con un semplice prelievo di sangue consente di diagnosticare con precisione il danno epatico.
Il FibroTest e' stato validato da un recente studio multicentrico internazionale pubblicato nella rivista scientifica Hepatology il cui coordinatore e' un italiano, il professor Alfredo Alberti, Ordinario di Gastroenterologia, dipartimento di Istologia, Microbiologia e Biotecnologie Mediche, Universita' di Padova.
Condotto su piu' di 2.000 pazienti con epatite C in nove centri europei e statunitensi, gli autori hanno osservato che con questo test non invasivo si siano evitate biopsie nel 46,5 per cento e nell'81,5 per cento rispettivamente in presenza di fibrosi e di cirrosi.
"Con un prelievo di sangue - spiega la dottoressa Giada Sebastiani dell'Unita' di Gastroenterologia, Epatologia e Nutrizione Clinica dell' Ospedale dell'Angelo, Venezia, primo autore dello studio - vengono determinati i valori di alcuni parametri che dopo l'elaborazione forniscono lo stato della malattia epatica. Dalla loro valutazione lo specialista epatologo/gastro-enterologo potra' decidere se eseguire la biopsia o ulteriori esami del sangue"
L'approccio che gli autori dello studio pubblicato nella rivista Hepatology chiamano 'SAFE BIOPSY', permette di ridurre il numero di biopsie epatiche e, insieme al FibroTest, consente di definire lo stadio della fibrosi epatica.
Quello citato non e' l'unico studio che dimostra l'importanza del FibroTest per valutare il grado di fibrosi, altri studi internazionali recentemente pubblicati lo hanno considerato una valida alternativa alla biopsia.
La biopsia epatica, ancora considerata lo standard di valutazione della malattia epatica, non puo' essere eseguita troppo frequentemente per le complicazioni soprattutto emorragiche nei pazienti che gia' presentano una patologia avanzata.
In Italia sono 58.000 i casi di cirrosi diagnosticati ogni anno e il carcinoma epatico, che spesso ne deriva, e' causa di morte nel 3% della popolazione.
Il FibroTest e' disponibile a pagamento su richiesta dello specialista in laboratori analisi in tutto il territorio nazionale. E' distribuito in Italia da Ibi-Lorenzini, su licenza esclusiva della francese BioPredictive

lunedì 25 agosto 2008

Cirrosi e cancro al fegato

Individuato un ‘marcatore’
a cura del CNR
Istituto di neurobiologia e medicina molecolare del Consiglio nazionale delle ricerche di Roma (Inmm-Cnr)
mailto:Annalucia.Serafino@ARTOV.INMM.CNR.IT
L'Inmm-Cnr di Roma ha scoperto che l'NGF, il fattore di crescita nervoso scoperto da Rita Levi Montalcini, è presente in livelli anomali nei pazienti affetti da tali patologie. Si apre così la strada per una diagnosi precoce, senza metodi invasivi e quindi per una maggiore curabilità. Lo studio è pubblicato sul World Journal of Gastroenterology

L'NGF, il fattore di crescita nervoso scoperto dal premio Nobel Rita Levi Montalcini, è presente nei malati di cirrosi e di tumore del fegato in livelli fino a 25 volte superiori al normale: potrebbe dunque essere utilizzato come marcatore di tali patologie, permettendone una diagnosi precoce e quindi una maggiore curabilità, per di più con un semplice esame del sangue e senza il ricorso alla invasiva e rischiosa biopsia. Questi i risultati di una ricerca del gruppo diretto da Annalucia Serafino dell'Istituto di neurobiologia e medicina molecolare del Consiglio nazionale delle ricerche di Roma (Inmm-Cnr), appena pubblicati sulla rivista World Journal of Gastroenterology.

“Il tumore del fegato (epatocarcinoma) è una patologia in costante aumento, in gran parte dovuta all'evoluzione delle epatiti virali croniche B e C”, spiega la dr.ssa Serafino.
“Attualmente vi sono molte interessanti possibilità terapeutiche, il cui successo è fondamentalmente legato alla diagnosi precoce. In particolare, nell'epatite C, il processo di trasformazione in carcinoma epatico è preceduto da un periodo, anche molto lungo, di progressiva trasformazione fibrotica (cirrosi).
La diagnosi fondamentalmente si basa ancora nella biopsia, tecnica invasiva e non del tutto priva di rischi”. La disponibilità di ‘marcatori’ che seguano l'evoluzione della malattia e rivelino le fasi precoci della trasformazione neoplastica consentirebbe ovviamente enormi vantaggi.

Ecco dunque l'importanza dello studio, condotto ed eseguito dall'Inmm-Cnr in collaborazione con l'Ospedale Regina Elena, l'Ospedale di Marino e l'Università di Tor Vergata. “L'NGF è il fattore di crescita nervoso essenziale per la sopravvivenza, il differenziamento ed il mantenimento delle cellule neuronali del sistema nervoso centrale e periferico”, prosegue Annalucia Serafino, “ma può avere un ruolo sia nella riparazione tissutale del polmone e della pelle, nell'infiammazione cronica e nelle patologie fibrotiche, sia nei tumori del polmone, della prostata e della mammella. La nostra ricerca dimostra che l'NGF potrebbe essere implicato anche nello sviluppo del cancro al fegato”.

L'indagine parte dall'osservazione che campioni bioptici di pazienti con cirrosi ed epatocarcinoma mostrano alti livelli di espressione di NGF e del suo recettore trkANGF nel tessuto patologico, mentre queste due molecole non sono presenti nel fegato sano. “Inoltre, campioni ematici di tali pazienti confermano livelli di NGF insolitamente alti, circa 25 volte superiori a quelli di individui sani”, conclude la ricercatrice dell'Inmm-Cnr. “Questi dati, ottenuti da un numero limitato di campioni (20 pazienti), se confermati da una casistica più vasta e completa individuerebbero definitivamente in NGF un marcatore diagnostico e prognostico del tumore del fegato, facilmente dosabile con un semplice test del sangue. Inoltre, tale molecola potrebbe in futuro dimostrarsi un buon bersaglio per eventuali terapie antitumorali mirate”.