venerdì 23 maggio 2008
mercoledì 21 maggio 2008
Dedicato ad un'amica
Carcinoma Mammellare
Dedichiamo a tutte le donne che come Lucia hanno ricevuto una diagnosi di carcinoma mammellare questa rassegna di articoli scientifici.
A loro va la nostra solidarietà ed il nostro sostegno.
Mettiamo in campo tutte le conoscenze scientifiche, e tutte le strategie curative convenzionali e non convenzionali, rispettando sempre la libertà di scelta terapeutica; perchè ogni essere umano ha una propria specificità: una storia genetica, psicologica, esistenziale e spirituale che deve essere protetta e tutelata.
Anche questa forma oncologica racchiude in sè significati profondi, vissuti, silenzi, aree d'ombra che all'improvviso si manifestano a livello fisico. Prenderne coscienza, ascoltarci, riflettere, e dare nutrimento: quel nutrimento che talvolta abbiamo negato ad altri o che altri ci hanno negato.
La nostra maternità interiore che si esteriorizza nei nostri seni nessuno ce la può togliere come un pezzo di carrozzeria.
Possiamo allattare, quindi nutriamo la vita sempre e comunque, iniziando dalla nostra e da quella di coloro che ci circondano,con amore, per amore.Con il nostro seno o senza il nostro seno, avendo figli o senza figli, siamo sempre MADRI.
Con affetto e condivisione, senza perdere mai la speranza della guarigione, perchè questa può avvenire aldilà delle statistiche.
Dedichiamo a tutte le donne che come Lucia hanno ricevuto una diagnosi di carcinoma mammellare questa rassegna di articoli scientifici.
A loro va la nostra solidarietà ed il nostro sostegno.
Mettiamo in campo tutte le conoscenze scientifiche, e tutte le strategie curative convenzionali e non convenzionali, rispettando sempre la libertà di scelta terapeutica; perchè ogni essere umano ha una propria specificità: una storia genetica, psicologica, esistenziale e spirituale che deve essere protetta e tutelata.
Anche questa forma oncologica racchiude in sè significati profondi, vissuti, silenzi, aree d'ombra che all'improvviso si manifestano a livello fisico. Prenderne coscienza, ascoltarci, riflettere, e dare nutrimento: quel nutrimento che talvolta abbiamo negato ad altri o che altri ci hanno negato.
La nostra maternità interiore che si esteriorizza nei nostri seni nessuno ce la può togliere come un pezzo di carrozzeria.
Possiamo allattare, quindi nutriamo la vita sempre e comunque, iniziando dalla nostra e da quella di coloro che ci circondano,con amore, per amore.Con il nostro seno o senza il nostro seno, avendo figli o senza figli, siamo sempre MADRI.
Con affetto e condivisione, senza perdere mai la speranza della guarigione, perchè questa può avvenire aldilà delle statistiche.
Cancro al seno, nuovo test per individuare chi rischia ricadute
di Alessia Manfredi
16 Ottobre 2000
E' italiana la ricerca che potrebbe portare ad un nuovo test per identificare chi fra le pazienti che soffrono di carcinoma mammario è a maggior rischio di ricadute. I risultati degli studi sono stati presentati dal dottor Pier Francesco Ferrucci ad Amburgo in occasione del 25 congresso della società europea di oncologia in corso fino al 17 Ottobre.
Più della metà delle donne che soffrono di carcinoma mammario ad alto rischio possono avere ricadute nei cinque anni successivi al trattamento di chemioterapia e radioterapia. Ed è difficile attualmente prevedere chi è maggiormente a rischio di recidive.
Oggi, gli studi coordinati da Pier Francesco Ferrucci, Francesco Bertolini e Giovanni Martinelli dell'Istituto europeo di oncologia di Milano, permettono di fare un passo in avanti. La chiave di volta per capire chi può sviluppare ricadute, potrebbe essere una proteina, la maspina, espressa dalle cellule epiteliali.
"Si tratta di studi preliminari, non ancora pubblicati, che attendono di essere confermati da un follow-up più prolungato delle pazienti", spiega a kwSalute Francesco Bertolini, responsabile del laboratorio di ematoncologia dell'Istituto europeo di oncologia di Milano, coautore delle ricerche. "Abbiamo trovato che l'espressione di una particolare proteina, la maspina, nelle cellule tumorali del carcinoma della mammella si associa ad una minore ricorrenza di ricadute."
Il 50-70% delle pazienti affette da carcinoma della mammella ad alto rischio presenta micrometastasi nel sangue periferico e nel midollo osseo. "Se in queste pazienti si riscontrano alti livelli di maspina, il rischio di recidive è minore".
Lo studio, durato un anno, è stato condotto su 48 donne affette da forma ad alto rischio di carcinoma della mammella, già sottoposte a terapia con interventi chirurgici e chemioterapia. In generale, che aveva livelli di maspina più elevati, aveva anche minori probabilità di ricadute. "Il risultato ci ha sorpreso", dice ancora Bertolini. "Anzi, ci aspettavamo proprio il contrario. La maspina viene espressa nelle cellule epiteliali maligne e fino ad oggi era ritenuta un probabile marker di progressione tumorale ".
In particolare, otto pazienti che avevano venti o più linfonodi interessati dal tumore, quindi affette da una forma particolarmente grave del tumore, dopo quindici mesi di osservazione non hanno presentato episodi di ricadute. Tutte avevano alti livelli di maspina. "Probabilmente la maspina inibisce l'angiogenesi, cioè la crescita di nuovi vasi e quindi l'alimentazione e la crescita del tumore stesso", spiega ancora Bertolini.
Il risultato è interessante: la presenza di questa proteina potrebbe divenire la base di un test, uno screening di routine utile per i medici per identificare almeno una certa percentuale di donne a rischio di ricaduta, e, di conseguenza, dare loro un trattamento ad assistenza più adeguate.
E, in un secondo tempo, non è escluso che si possa indagare come utilizzare questa proteina per contrastare o addirittura prevenire la malattia: "E' un'ipotesi plausibile ma ancora remota. Occorre prima individuare le funzioni esatte della proteina, poi eventualmente passare a sperimentazioni precliniche. Nel giro di un anno, comunque, dovremmo passare alla pubblicazione delle nostre osservazioni cliniche e si potranno fare valutazioni più precise", conclude Bertolini.
16 Ottobre 2000
E' italiana la ricerca che potrebbe portare ad un nuovo test per identificare chi fra le pazienti che soffrono di carcinoma mammario è a maggior rischio di ricadute. I risultati degli studi sono stati presentati dal dottor Pier Francesco Ferrucci ad Amburgo in occasione del 25 congresso della società europea di oncologia in corso fino al 17 Ottobre.
Più della metà delle donne che soffrono di carcinoma mammario ad alto rischio possono avere ricadute nei cinque anni successivi al trattamento di chemioterapia e radioterapia. Ed è difficile attualmente prevedere chi è maggiormente a rischio di recidive.
Oggi, gli studi coordinati da Pier Francesco Ferrucci, Francesco Bertolini e Giovanni Martinelli dell'Istituto europeo di oncologia di Milano, permettono di fare un passo in avanti. La chiave di volta per capire chi può sviluppare ricadute, potrebbe essere una proteina, la maspina, espressa dalle cellule epiteliali.
"Si tratta di studi preliminari, non ancora pubblicati, che attendono di essere confermati da un follow-up più prolungato delle pazienti", spiega a kwSalute Francesco Bertolini, responsabile del laboratorio di ematoncologia dell'Istituto europeo di oncologia di Milano, coautore delle ricerche. "Abbiamo trovato che l'espressione di una particolare proteina, la maspina, nelle cellule tumorali del carcinoma della mammella si associa ad una minore ricorrenza di ricadute."
Il 50-70% delle pazienti affette da carcinoma della mammella ad alto rischio presenta micrometastasi nel sangue periferico e nel midollo osseo. "Se in queste pazienti si riscontrano alti livelli di maspina, il rischio di recidive è minore".
Lo studio, durato un anno, è stato condotto su 48 donne affette da forma ad alto rischio di carcinoma della mammella, già sottoposte a terapia con interventi chirurgici e chemioterapia. In generale, che aveva livelli di maspina più elevati, aveva anche minori probabilità di ricadute. "Il risultato ci ha sorpreso", dice ancora Bertolini. "Anzi, ci aspettavamo proprio il contrario. La maspina viene espressa nelle cellule epiteliali maligne e fino ad oggi era ritenuta un probabile marker di progressione tumorale ".
In particolare, otto pazienti che avevano venti o più linfonodi interessati dal tumore, quindi affette da una forma particolarmente grave del tumore, dopo quindici mesi di osservazione non hanno presentato episodi di ricadute. Tutte avevano alti livelli di maspina. "Probabilmente la maspina inibisce l'angiogenesi, cioè la crescita di nuovi vasi e quindi l'alimentazione e la crescita del tumore stesso", spiega ancora Bertolini.
Il risultato è interessante: la presenza di questa proteina potrebbe divenire la base di un test, uno screening di routine utile per i medici per identificare almeno una certa percentuale di donne a rischio di ricaduta, e, di conseguenza, dare loro un trattamento ad assistenza più adeguate.
E, in un secondo tempo, non è escluso che si possa indagare come utilizzare questa proteina per contrastare o addirittura prevenire la malattia: "E' un'ipotesi plausibile ma ancora remota. Occorre prima individuare le funzioni esatte della proteina, poi eventualmente passare a sperimentazioni precliniche. Nel giro di un anno, comunque, dovremmo passare alla pubblicazione delle nostre osservazioni cliniche e si potranno fare valutazioni più precise", conclude Bertolini.
domenica 18 maggio 2008
Pilota automatico del cervello
autore: Johann Rossi Mason
istituzione scientifica di riferimento:http://www.duke.edu/
Se facciamo un calcolo aritmetico il cervello non ha bisogno di ripassare le tabelline, quando guidiamo la macchina non dobbiamo pensare ogni volta a cambiare la marcia o ad usare un pedale, compiamo infatti molte azioni in maniera automatica, per risparmiare risorse ed energie mentali. Quella del ‘pilota automatico’ è infatti una peculiarità del cervello, che costruisce un repertorio di risposte ai problemi che già conosce, quelli che incontra con maggiore frequenza, per risparmiare tempo e fatica. Dal punto di vista anatomico nuovi studi dimostrano che la corteccia è in grado di rispondere in modo appropriato e automatico a stimoli successivi a compiti ripetitivi.
Pubblicato da Nature, lo studio di Ian Dobbins della Duke University (insieme a David Schnyer e Mieke Verfaellie della Boston University School of Medicine e Daniel Scacter della Harvard University) ha cercato di distinguere tra due differenti teorie di come la corteccia cerebrale risponda a questi stimoli. Entrambe le teorie cercano di comprendere come si verifica il fenomeno della ripetizione: infatti quando alle persone viene chiesto di fare una classificazione, la performance migliora tante più volte viene ripetuto il compito.
Applicando particolari tecniche di visualizzazione del cervello (la Risonanza Magnetica Funzionale, FMRi) si è evidenziato che durante questi compiti il cervello mostra una attività ridotta, chiamata ‘neural priming’, ossia ‘innesco neuronale’ un meccanismo che consente di migliorare la performance quando il compito viene appreso.
La teoria più popolare sul ‘neural priming’ sostiene che la riduzione dell’attività corticale sia dovuta ad una sintonizzazione da parte della corteccia dell’informazione sugli ‘oggetti’ coinvolti nel compito e più ne conosce la funzione più tende ad utilizzare solo le informazione necessarie a svolgere il compiti, tenendo da parte i dettagli.
La novità evidenziata dagli scienziati della Duke è che questo si verifica anche in soggetti colpiti da amnesia. Ciò indicherebbe che esistono sistemi separati, stagni, di memoria che funzionano in modo indipendente e che quindi, se una parte della memoria continua a funzionare, altri ‘settori’ possono rimanere efficienti.
istituzione scientifica di riferimento:http://www.duke.edu/
Se facciamo un calcolo aritmetico il cervello non ha bisogno di ripassare le tabelline, quando guidiamo la macchina non dobbiamo pensare ogni volta a cambiare la marcia o ad usare un pedale, compiamo infatti molte azioni in maniera automatica, per risparmiare risorse ed energie mentali. Quella del ‘pilota automatico’ è infatti una peculiarità del cervello, che costruisce un repertorio di risposte ai problemi che già conosce, quelli che incontra con maggiore frequenza, per risparmiare tempo e fatica. Dal punto di vista anatomico nuovi studi dimostrano che la corteccia è in grado di rispondere in modo appropriato e automatico a stimoli successivi a compiti ripetitivi.
Pubblicato da Nature, lo studio di Ian Dobbins della Duke University (insieme a David Schnyer e Mieke Verfaellie della Boston University School of Medicine e Daniel Scacter della Harvard University) ha cercato di distinguere tra due differenti teorie di come la corteccia cerebrale risponda a questi stimoli. Entrambe le teorie cercano di comprendere come si verifica il fenomeno della ripetizione: infatti quando alle persone viene chiesto di fare una classificazione, la performance migliora tante più volte viene ripetuto il compito.
Applicando particolari tecniche di visualizzazione del cervello (la Risonanza Magnetica Funzionale, FMRi) si è evidenziato che durante questi compiti il cervello mostra una attività ridotta, chiamata ‘neural priming’, ossia ‘innesco neuronale’ un meccanismo che consente di migliorare la performance quando il compito viene appreso.
La teoria più popolare sul ‘neural priming’ sostiene che la riduzione dell’attività corticale sia dovuta ad una sintonizzazione da parte della corteccia dell’informazione sugli ‘oggetti’ coinvolti nel compito e più ne conosce la funzione più tende ad utilizzare solo le informazione necessarie a svolgere il compiti, tenendo da parte i dettagli.
La novità evidenziata dagli scienziati della Duke è che questo si verifica anche in soggetti colpiti da amnesia. Ciò indicherebbe che esistono sistemi separati, stagni, di memoria che funzionano in modo indipendente e che quindi, se una parte della memoria continua a funzionare, altri ‘settori’ possono rimanere efficienti.
Etichette:
brain,
Neuroscienze,
Psicologia cognitiva
Si può prevenire la gestosi
Verso la fine della gravidanza la futura mamma può andare incontro a gonfiori e a rialzo della pressione arteriosa.
Questo fenomeno, in passato noto con il nome di “gestosi”, oggi è più correttamente chiamato pre-eclampsia: malattia caratterizzata da aumento di pressione arteriosa e presenza di proteine nelle urine, associati a edemi.
È un disturbo che non va sottovalutato perché in alcuni casi può evolvere in eclampsia, malattia che, se non trattata, può creare seri problemi alla donna e al bambino.
Un gruppo di ricercatori del National Institutes of Health ha analizzato 480 donne così suddivise: 120 affette da pre-eclampsia, 120 da ipertensione arteriosa fin dall'inizio della gravidanza, 120 con valori pressori normali ma che hanno partorito bambini sottopeso e le restanti 120 con pressione nella norma e bimbi normopeso.
Durante l'indagine, gli autori hanno notato che solo nel primo gruppo vi erano valori elevati di due proteine: l'endoglina e l'Flt1. In particolare valori alterati di queste sostanze erano già riscontrabili fino a 3 mesi prima che i disturbi si manifestassero.
Se confermata da successive indagini, la scoperta potrebbe rappresentare un valido aiuto nella diagnosi di pre-eclampsia, permettendo di attuare tempestivamente le cure necessarie e ridurre i rischi per la mamma e il bambino.
Data articolo: maggio 2008
Fonte: takecareblog.libero.it
Istituzione scientifica citata nell'articolo:
http://www.nih.gov/
Questo fenomeno, in passato noto con il nome di “gestosi”, oggi è più correttamente chiamato pre-eclampsia: malattia caratterizzata da aumento di pressione arteriosa e presenza di proteine nelle urine, associati a edemi.
È un disturbo che non va sottovalutato perché in alcuni casi può evolvere in eclampsia, malattia che, se non trattata, può creare seri problemi alla donna e al bambino.
Un gruppo di ricercatori del National Institutes of Health ha analizzato 480 donne così suddivise: 120 affette da pre-eclampsia, 120 da ipertensione arteriosa fin dall'inizio della gravidanza, 120 con valori pressori normali ma che hanno partorito bambini sottopeso e le restanti 120 con pressione nella norma e bimbi normopeso.
Durante l'indagine, gli autori hanno notato che solo nel primo gruppo vi erano valori elevati di due proteine: l'endoglina e l'Flt1. In particolare valori alterati di queste sostanze erano già riscontrabili fino a 3 mesi prima che i disturbi si manifestassero.
Se confermata da successive indagini, la scoperta potrebbe rappresentare un valido aiuto nella diagnosi di pre-eclampsia, permettendo di attuare tempestivamente le cure necessarie e ridurre i rischi per la mamma e il bambino.
Data articolo: maggio 2008
Fonte: takecareblog.libero.it
Istituzione scientifica citata nell'articolo:
http://www.nih.gov/
mercoledì 14 maggio 2008
Iscriviti a:
Post (Atom)