venerdì 28 novembre 2008

L'autocensura degli scienziati

di: Donata Allegri
La sociologa Joanna Kempner dell'Università del Michigan assieme ai suoi colleghi hanno condotto un'inchiesta per scoprire in che modo gli scienziati limitino o censurino il proprio lavoro.
Per condurre quest'inchiesta hanno intervistato 41 scienziati in tutti i rami della ricerca e con loro hanno affrontato argomenti importanti come cellule staminali, intelligenza, armi, sesso, droga, ecc. Da questo studio è emerso che gli scienziati hanno un'etica personale e sono ben consapevoli di che studi è lecito condurre e quali, invece, susciterebbero sdegno di natura morale. Per molti scienziati una ricerca potrebbe essere considerata proibita se viene ottenuta attraverso mezzi inaccettabili, perché effettuata con esperimenti che mettono in pericolo gli esseri umani, oppure perché si tratta di uno studio sulle armi di distruzione di massa.
Anche le pubblicazioni scientifiche hanno loro proprie regole e rifiutano di pubblicare materiale che pensano che potrebbe essere nocivo alla sicurezza nazionale.
Molti ricercatori si sentono limitati dai controlli formali, ossia dalle leggi del governo e dai codici universitari, mentre altri ritengono che questi controlli forniscono importanti protezioni; tuttavia gli scienziati si sentono più legati e vincolati dalle leggi informali, ossia da quelle non scritte, per esempio dalla minaccia di sanzioni sociali.
A volte una ricerca può essere promossa o bloccata per interessi commerciali, ad esempio quando l'industria farmaceutica chiede al ricercatore di non pubblicare i risultati che ha ottenuto.
Questa ricerca è stata pubblicata sulla rivista “Science”.
Istituzione scientifica citata nell'articolo:

IL PREZZO della vita

(NdR)A venti anni dalla Dichiarazione di Alma ATA (1978) in cui l'OMS affermava che la salute non è assenza di malattia ma un complesso equilibrio bio-psico-sociale-affettivo-spirituale...
Costano care le disuguaglianze nella salute... costano la vita.
di: Johann Rossi Mason
Una vita che in Giappone è di 48 anni più lunga rispetto a quella in Sierra Leone; una vita che ogni anno, per 11 milioni di bambini, durerà meno di cinque anni.
Le disuguaglianze nella salute in Inghilterra costano a un manovale sette anni di vita rispetto all'aspettativa di vita di un professionista e in Italia comportano una probabilità doppia di ricevere un trapianto di rene per chi ha un livello di istruzione superiore.
A distanza di due anni dal primo, il secondo rapporto dell'Osservatorio italiano sulla salute globale, intitolato A caro prezzo. Le diseguaglianze nella salute (Edizioni ETS, Pisa, 2006, 344 pagine, 20 euro), invita a concentrarsi sulla distribuzione delle possibilità di salute nel mondo.
“Le disuguaglianze nella salute e nell'assistenza sanitaria si sono terribilmente dilatate in questi ultimi vent'anni, rappresentando uno dei più gravi scandali di questo tempo” scrive Gavino Maciocco, presidente dell'Osservatorio, nelle pagine introduttive del Rapporto. Maciocco ricorda anche le parole scritte dall'epidemiologo Michael Marmot, che ha presieduto la Commissione sui determinanti sociali della salute costituita presso l'Organizzazione Mondiale della Sanità: “Le disuguaglianze nella salute tra e all'interno dei paesi sono evitabili. Non esiste alcuna ragione biologica perché la speranza di vita debba essere di 48 anni più lunga in Giappone rispetto alla Sierra Leone o vent'anni più corta tra gli aborigeni rispetto agli altri australiani. Ridurre queste disuguaglianze sociali nella salute, venendo così incontro ai bisogni delle persone, è un problema di giustizia sociale”.

Dolci con grasso umano

Eppoi ci si lamenta che non c'è distribuzione equa della ricchezza.....vinci una liposuzione per aver mangiato in eccesso e fai mangiare un altro essere umano denutrito.
A me farebbe un po' schifo mangiare i cuscinetti adiposi di una vicina di casa, ma d'altronde non mangio nemmeno il lardo di Colonnata...chi mangia maiale ha lo stomaco buono e non gli passerà di certo l'appetito leggendo l'articolo
Fonte: salute.agi.it
r.s. a cura della redazione ECplanet
Un'azienda olandese avrebbe riciclato il grasso umano derivante dalla liposuzione per produrre biscotti e altri prodotti alimentari da inviare a Paesi in via di sviluppo.
E alla notizia-shock un programma di attualita' delle televisione olandese, Netwerk, dedicherà oggi un reportage speciale. Nella sua pagina internet, la fondatrice dell'Irfak, Mieke Smits, spiega che l'azienda “ricicla grasso umano e lo trasforma in alimenti che si esportano verso il terzo mondo” o verso regioni con problemi di alimentazione a causa di guerre.
La signora Smits spiega, per esempio, che uno dei suoi prodotti, sigillato ermeticamente per essere distribuito anche in situazioni estreme, è composto “al 50 per cento di grasso umano, al 50 per cento di zucchero e da un'enorme quantità di vitamine aggiunte”.
Non solo: per incrementare il numero dei 'donatori', l'azienda ha organizzato una riffa che assegna al vincitore una liposuzione gratis.
E in un'intervista concessa a una televisione locale dell'Olanda meridionale, la L1Tv, si vede la signora Smits che mostra una borsa contenente “il grasso del primo vincitore della promozione”. “La gente può iscriversi attraverso una nostra pagina Internet e vincere una liposuzione”, una volta ogni sei mesi. la Irfak collabora da due anni con una clinica chirurgico-cosmetica (la 'Van Gerven & Van Iersel'), dove vengono realizzate le liposuzioni sorteggiate.
Nella pagina Internet, si legge anche una lettera di tale Dingana, sedicente 'beneficiaria' etiope, che ringrazia la Irfak per averle consentito di sopravvivere ed aggiunge una riflessione personale: “Quando mi hanno raccontato che il cibo che mi consentiva di andare avanti era fatto di grasso umano ho sorriso: ho pensato che in Occidente la gente aveva mangiato così tanto che mia sorella ed io riuscivamo a vivere con il loro grasso in eccesso”.

Data articolo: novembre 2008

giovedì 27 novembre 2008

Neuro-informatica: BrainGate

di: Alessio Mannucci
La Food and Drug Administration, il severo organismo americano che supervisiona il mercato dell'alimentazione e della sanità, ha dato il via libera alla sperimentazione clinica di impianti elettronici nel cervello.
La notizia, pubblicata dal New York Times, è destinata a fare rumore. L'”interfaccia neurale”, chiamata “BrainGate”, è di proprietà della Cyberkinetics, un'azienda del Massachusetts, che aveva chiesto alla FDA il permesso di poterla sperimentare sugli esseri umani già nel gennaio scorso. Ma di che si tratta?
Di un vero e proprio “neuro-chip” da impiantare sulla corteccia cerebrale, giusto sopra l'orecchio destro, nel tentativo di interpretare i segnali provenienti dai neuroni ed elaborarli tramite un computer. Si tratta di un dispositivo composto da un array di un centinaio di elettrodi capaci di monitorare un alto numero di neuroni.
Per impiantarli, viene praticato un piccolo foro nella scatola cranica al di sopra dell'orecchio e in quella sede viene piazzato il “sensore” da 2 millimetri, a diretto contatto con la parte della corteccia cerebrale che controlla il movimento.
L'array verrà spinto nella corteccia fino ad una profondità non superiore al millimetro.L'impianto - afferma l'azienda - consentirà la raccolta dei segnali dalla corteccia, affinché vengano elaborati e analizzati, producendo in questo modo una interfaccia con un personal computer. In questo modo, BrainGate dovrebbe consentire a questi pazienti di utilizzare il computer come mezzo per comunicare e controllare semplici dispositivi che si trovano nel loro ambiente”. Alla Cyberkinetics dicono che il dispositivo - già testato con successo sulle scimmie - potrebbe essere sul mercato per il 2008.
La sperimentazione appare giustificata in vista dell'uso del BrainGate per ridare autonomia ai cerebrolesi. Come ha sottolineato uno dei fondatori della Cyberkinetics, nonché preside del Dipartimento di Scienze Neurologiche della Brown University, John P. Donoghue, “il controllo cerebrale può sostituire quello manuale”. Ma possiamo facilmente immaginare a quali altri scopi, ovviamente non dichiarati, sia destinata una tale tecnologia.
NEURAL PROSTHESIS PROGRAM
Alan Rudolph della DARPA (Defense Advanced Research Projects Agency), ad esempio, tempo fa dichiarava che il Neural Prosthesis Program produrrà una nuova generazione di elettrodi, chip e software per computer che potranno consentire ai soldati di controllare arti artificiali superveloci, di pilotare veicoli a distanza e di guidare robot mobili in ambienti pericolosi, usando solo la forza del loro pensiero. Apparecchi che velocizzeranno i processi decisori, miglioreranno le capacità cognitive e la memoria e renderanno possibile comunicare senza fili tra cervelli di persone diverse. THE TURING OPTION
Fantascienza o fantarealtà? Sempre più difficile dirlo. Di certo, lo scopo non dichiarato di queste sperimentazioni è quello di giungere alla riprogrammazione neurale e a tecniche neuro-informatiche di lavaggio del cervello proprio come quelle immaginate da Harry Harrison e Marvin Minsky (The Turing Option), Philip Dick e da tutto il cyberpunk.
Anzi, si ha quasi la sensazione che i moderni neuro-scienziati siano figli proprio di questo immaginario distopico, che invece di produrre degli anticorpi memetici ha generato proprio quel mondo a cui cercava di opporsi.
Da anti-utopia a realtà distopica.
Di fatto, ci troviamo immersi in un metaverso da incubo proprio come immaginato dagli scrittori di fantascienza, gli ultimi profeti.
Nessuno, e dico nessuno, è stato capace di immaginare, e di conseguenza creare, un mondo parallelo anti-distopico.
Un altro mondo possibile per il momento rimane solo uno slogan privo di significato.
Nella guerra tra memi ha trionfato il meme egoista.
N.d.R(Noi aggiungiamo PER ORA. Visto che condividendo i timori di Alessio Mannucci siamo però da anni impegnati nella costituzione di una massa critica per CAMBIARE PARADIGMA. La Scuola di Scienze Quantistiche è il nostro strumento teorico-pratico.)

Un giorno senza guardare la televisione

Fonte: salute.agi.it
r.s. a cura della redazione ECplanet
“Un giorno senza tv” è la campagna lanciata dalla Società Italiana di Pediatria per sollecitare le famiglie a trovare alternative ai pomeriggi, alle serate - e soprattutto ai pasti consumati in compagnia della televisione.
Secondo la S.I.P., gli effetti negativi sui comportamenti e sulle abitudini di vita degli adolescenti italiani, prodotti da un eccesso di visione televisiva, sono ampiamente documentati delle indagini annuali su questo tema svolte appunto dalla Società Italiana di Pediatria. “L'overdose televisiva condiziona, in peggio - spiegano gli esperti - tutti i comportamenti degli adolescenti: da quelli alimentari a quelli sociali. Questo avviene certamente per effetto del tipo di messaggi e di modelli che la televisione veicola, ma anche perché passare più di tre ore al giorno davanti alla TV, indipendentemente dalla qualità dei programmi visionati, degrada in modo sensibile la qualità di vita: meno attività fisico-sportiva, meno socializzazione, meno stimoli culturali, meno tempo trascorso con i genitori”. Secondo Pasquale di Pietro, presidente della S.I.P., “Sappiamo bene che non è con un giorno di 'moratoria' che si risolvono i problemi, ma il nostro obiettivo è iniziare a sensibilizzare sia i genitori che i ragazzi sul fatto che la TV non deve rappresentare una assoluta necessità e che ogni tanto se ne può anche fare a meno. Se poi la giornata senza TV diventasse almeno una abitudine settimanale, tanto meglio”.
Per Gianni Bona, vice presidente della S.I.P., “Organizzarsi in famiglia per un giorno senza TV può anche diventare una abitudine divertente e fornire un utile spunto per riservare più momenti al dialogo o al gioco tra genitori e figli”.
Nel lanciare la campagna 'Un giorno senza TV '- aggiunge Bona - la Società Italiana di Pediatria vuole anche continuare a mettere in evidenza il problema dell'affollamento pubblicitario in particolare nella fascia oraria specificatamente destinata ai ragazzi che dovrebbe risultare 'protetta'.

martedì 25 novembre 2008

Le proprietè antivirali della liquirizia

di: Massimo Bertolucci
In un articolo pubblicato dal periodico “Journal of Clinical Investigation” alcuni ricercatori dell'Università di New York suggeriscono che la liquirizia ha delle proprietà antivirali.
In particolare, il composto che gli dona il suo sapore dolce avrebbe la proprietà di inibire l'attività del gene LANA e quindi curare parecchie patologie. Il gene LANA è associato all'espressione dei cosiddetti virus latenti che si differenziano dai normali virus infettivi grazie alla loro capacità di “ibernarsi” per lunghi periodi, a volte per anni, all'interno delle cellule per poi svegliarsi casualmente e riattivarsi innescando la sintomatologia di una data patologia.
Grazie ad accurate ricerche, gli studiosi hanno scoperto che una sostanza contenuta nella pianta della liquirizia, l'acido glicirrizico, blocca la crescita dell'herpes, virus associato al sarcoma di Kaposi (KSHV).
In un esperimento, i ricercatori hanno messo a punto un farmaco contenete un principio, a base di acido glicirrizico, che è stato somministrato a cellule infette da sarcoma di Kaposi. Dopo appena quattro giorni di trattamento tutte le cellule infette sono state soppresse.
Mentre in una seconda sperimentazione si è addirittura osservato che il nuovo farmaco ha inibito l'attività del gene LANA.
Istituzione scientifica citata nell'articolo:
New York University

lunedì 24 novembre 2008

Ictus: scoperto recettore per aiutare il cervello ad autoripararsi dopo un ictus

Fonte: staminali.aduc.it
Potenziando un particolare recettore, si può migliorare l'attività naturale del cervello ad autoripararsi dopo il danno causato da un ictus o da un trauma cerebrale, ma anche quello provocato da sclerosi multipla o Alzheimer. Lo ha dimostrato un gruppo di ricercatori italiani coordinato da Maria Pia Abbracchio, del Dipartimento di Scienze Farmacologiche dell'Università di Milano e da Mauro Cimino dell'Università di Urbino.
Allo studio, pubblicato recentemente sulla rivista PLoS ONE, hanno collaborato anche il CNR di Milano, le Università di Pisa e di Torino, il Centro Monzino di Milano e il Centro Neurolesi Bonino Pulejo di Messina.
I ricercatori hanno osservato che dopo una lesione ischemica cerebrale si produce come uno stato di allarme attorno ad essa, quasi fosse l'accorrere di soccorritori e di pompieri in seguito a un incidente: la lesione produce subito un'infiammazione locale con finalità riparative, ma che presto finisce per contribuire alla distruzione della zona lesionata, nonostante le cellule immunitarie si prodighino per rimodellare la zona colpita favorendo la formazione di nuovi circuiti cerebrali.

Accade che alcune cellule circostanti la zona lesa emettano un segnale che induce altre cellule, dotate di un particolare recettore, chiamato GPR17 (precedentemente individuato dallo stesso gruppo di ricerca), ad attivarsi.
È proprio attraverso la stimolazione di questo recettore che le cellule progenitrici immature presenti nel tessuto cerebrale (quasi fossero accese da un interruttore) iniziano il percorso differenziativo che potrà portarle a generare nuove cellule nervose. 'Sono cellule derivanti da cellule staminali - spiega la prof. Abbracchio - che hanno la capacità di evolvere in cellule nervose e cellule gliali. Queste ultime formano la mielina che riveste i prolungamenti nervosi e permette ai neuroni di comunicare fra di loro. Queste cellule possono quindi riformare la guaina mielinica danneggiata dalla lesione, ripristinando così la capacità di trasmettere impulsi'.
Purtroppo, in condizioni normali questo processo riparativo non si propaga in misura significativa, e il danno prevale sull'attività ricostruttiva. 'Ci siamo chiesti allora che cosa succede se proviamo a potenziare l'attività del recettore GPR17 - prosegue Abbracchio - e le nostre speranze si sono rivelate giuste: la stimolazione del recettore aumenta notevolmente la maturazione di queste cellule verso forme più specializzate, in grado di riformare la mielina'. 'Si tratta quindi - conclude la ricercatrice - di trovare terapie da somministrare precocemente nelle fasi successive a lesioni neurologiche acute (ictus, traumi spinali) o anche continuativamente nelle malattie degenerative croniche (come la sclerosi multipla e l'Alzheimer) per potenziare l'attività di questo recettore'.
Lo sfruttamento della scoperta è coperta da brevetto dell'Università di Milano che detiene l'80% della proprietà, in contitolarietà con l'Università di Pisa (10%) e il CNR (10%).

domenica 23 novembre 2008

Le frequenze delle emozioni

di: Edoardo Capuano
Recenti studi hanno dimostrato che le nostre emozioni provocano mutamenti vibrazionali che interagiscono direttamente con il nostro essere: un'emozione negativa, come la paura, corrisponde ad uno stato vibrazionale molto misero, a una lunghezza d'onda estesa; un'emozione positiva, come l'amore, corrisponde a un elevato modello vibrazionale, a una corta lunghezza d'onda.
Il corpo dell'essere umano è composto da materiale genetico dotato di un trasmettitore e un ricevitore estremamente sofisticati di frequenze.
In particolari sperimentazioni scientifiche si è osservato che inserendo il DNA in un contenitore tubolare di elettroni, questi ultimi si dispongono a formare una struttura uguale al DNA.
Se si rimuove il DNA, gli elettroni ritornano ad occupare le precedenti posizioni. Questa è la prova inequivocabile che il patrimonio genetico dell'essere umano interagisce di continuo con l'energia circostante; siamo noi, le nostre condizioni emotive, a influenzare il mondo di continuo.
Dentro ogni essere umano ci sono delle microantenne conosciute con il nome di amminoacidi direttamente collegate con il DNA. Inoltre, esistono 64 codici genetici o antenne, capaci di trasmettere e ricevere frequenze più elevate collegando ogni persona a dimensioni più elevate. Recenti studi scientifici suggeriscono che solo 20 di queste antenne sono attivate, e le rimanenti 44 rimangono “disattivate”. Ma solo 20 antenne sono insufficienti a collegare un essere umano con le frequenze più elevate. Ne deriva che ogni persona usa solo una piccola frazione del proprio potenziale cerebrale. Scienziati dell'Istituto HeartMath e di altri istituti di ricerca hanno fatto altre nuove e importantissime scoperte: queste microantenne presenti sul DNA si attivano o disattivano dalle frequenze filtrate in continuazione attraverso il DNA.
Per questo motivo le nostre emozioni hanno una funzione peculiare sull'attivazione di queste microantenne. Un'emozione di paura, il derivato di tutte le nostre emozioni negative, può attivare solo alcune di queste “antenne” perché genera una lunghezza d'onda lenta e lunga.
Mentre l'amore, il derivato di tutte le nostre emozioni positive, riesce ad attivare un numero molto più elevato di “antenne” perché genera una lunghezza d'onda veloce e corta.

sabato 22 novembre 2008

Angoscia collettiva

Angoscia collettiva - ecplanet.ch - Sabato 22.11.2008 - Index

Acqua e fisica quantistica

Autore: Emilio Del Giudice
A cura di: Progetto MEG
Questo secolo è nato con grandi speranze, e poi ha attraversato vicissitudini turbolente. Le rivoluzioni dell'inizio secolo danno proprio l'impressione di dar luogo all'opposto di quello per cui erano nate. La rivoluzione quantistica era nata per ricondurre a un comportamento unitario il comportamento a priori del tutto sconclusionato degli insiemi di atomi.
Un atomo ha il senso d'identità, di appartenenza a un oggetto, o è un modo antropomorfico di porre la questione? Cosa fa uscire l'atomo dalla sua solitudine, rotta solo da scontri con altri atomi ?
Un mondo di atomi isolati che si urtano periodicamente, assomiglia a certi incubi delle società contemporanee, dove spesso gli individui si incontrano solo entrando in contrasto.
La legge per cui gli atomi operano collettivamente, coerentemente, non avviene a causa di urti estrinseci casuali... ma viene dallo spazio in cui questi atomi sono inseriti, in cui navigano. È il mezzo che fornisce loro un'identità collettiva.
Questo spazio era inesistente nella fisica classica, era un puro recipiente vuoto, mentre nel vuoto quantistico le cose cambiano.
Anche nella fisica classica si dice che il vuoto viene poi riempito dai campi, gravitazionale, elettromagnetico, e così via. Questi campi però richiedono energia per essere accesi, altrimenti hanno valore zero.
Nella fisica quantistica, niente può avere valore permanente zero, altrimenti sarebbe perfettamente determinato. Qui vediamo come l'incontrollabile fluttuabilità elementare è la base per la costruzione di qualcosa di permanente. Siccome niente può essere permanentemente zero, abbiamo delle fluttuazioni: immaginate lo spazio vuoto come buio in cui ogni tanto si accende una luce, che è la fluttuazione del campo magnetico.
Heisenberg ci insegna che questo fenomeno può esistere solo per un tempo molto limitato, perché i valori medi devono essere quelli classici, si devono conservare, e possono essere violati solo per un breve istante di pazzia.
Però lo spazio è riempito da queste fluttuazioni, gli atomi che si trovano in tale spazio le avvertono e, se sono particolarmente densi, l'interazione tra la fluttuazione del campo e la corrispondente fluttuazione dell'atomo può diventare, in condizioni opportune, così elevata da diventare un fatto permanente, perché dà luogo a un'energia attrattiva che abbassa il livello energetico del sistema fisico, il sistema fisico per una legge fondamentale adotta la configurazione che richiede il minor livello di energia.
Il diametro medio di una molecola d'acqua è di 1 armstrong, la distanza media nel vapore sono 36 armstrong, una folla molto rada, come se delle persone stessero a 40 metri l'una dall'altra; nei liquidi stanno a 3 armstrong, praticamente a contatto, e questo accade in un momento di transizione, in cui il vantaggio energetico di muoversi tutti in fase diventa rilevante rispetto al vantaggio di stare separati. Le due configurazioni, quella gassosa e quella condensata, prevalgono a seconda di qual è la situazione più economica, una volta fatto il calcolo dell'energia.
Esistono delle situazioni che corrispondono a quelle di esistenza ordinaria, in cui gli atomi si riposano di più danzando insieme che da soli: diventa un principio di costruzione estrinseca ed intrinseca, perché gli atomi si muovono non solo di per sé stessi, ma sulla base di una sollecitazione che ricevono da un campo generato da tutti gli altri, e anche da sé stessi, quindi abbiamo un principio di automovimento.
Nella fisica classica l'atomo si muove solo per sollecitazione esterna: nel sistema non coerente l'altro atomo è un ostacolo, un nemico contro cui sbatto, nel sistema coerente l'altro è la condizione del mio moto, ed io sono la condizione del suo, e ci si muove non a dispetto l'uno dell'altro, ma proprio perché c'è l'altro. È un automovimento e non un eteromovimento, quindi la modifica avviene dall'interno, cioè l'esterno può modificare il sistema solo se ne modifica l'interno e passa attraverso la modifica della relazione di fase che li avvolge tutti. A meno che la sollecitazione esterna non sia così grande, un urto così violento, da superare le barriere energetiche che proteggono il sistema coerente e quindi buttare a viva forza alcune particelle fuori dalla loro danza, creando così una parte non coerente. Nella vita esiste la coerenza ma anche la non coerenza. L'acqua è un insieme di due fluidi, c'è una parte dello spazio con queste molecole che si muovono in fase, ma esistono anche regioni in cui si addensano “gli esuli”, cacciati da fluttuazioni termiche particolarmente forti: la frazione non coerente cresce con l'aumento di temperatura, in essa le molecole si muovono come un gas, dando luogo all'entropia, ossia la temperatura osservata del liquido.
Il sistema coerente ha entropia e temperatura zero.
Però l'esistenza di queste frequenze non coerenti è importante anche per la vita: nel sistema coerente possono infiltrarsi degli “ospiti”, cioè molecole non di acqua; ma in un sistema coerente tutte le molecole si devono muovere con lo stesso ritmo... per cui vengono cacciati, e una coerenza locale diventa nemica di una coerenza universale. Come possono insiemi coerenti di frequenze diverse dar luogo a un sistema aggregato come l'organismo vivente, in cui ci sono tantissimi tipi di coerenza ? È un problema che deve essere ancora risolto.
Le molecole diverse, non potendo entrare nel sistema coerente, entrano negli interstizi di non coerenza, ecco perché la vita ha una temperatura minima al di sotto della quale non si può scendere; calando la temperatura, la parte non coerente sparisce, e gli interstizi, divenuti troppo piccoli, non possono far entrare le molecole diverse sufficienti a dare luogo all'organismo vivente. Si calcola che la dimensione della grandezza di quegli interstizi nell'acqua è più o meno quella delle macromolecole biologiche; a temperature più basse non avrebbero lo spazio per entrare.
Con l'aiuto del campo elettromagnetico dell'acqua, che non è strettamente intrappolato ma trapela fuori, le molecole entrano e danno luogo a forme di coerenza diverse, si organizzano anche loro. A un certo punto, hanno anche la possibilità di svolgere reazioni chimiche che producono energia, cambiando così la loro natura, quindi tutto il gioco delle frequenze elettromagnetiche del campo deve evolversi in corrispondenza del cambiamento dei protagonisti del sistema. L'energia prodotta da queste reazioni, ai bordi della regione coerente, non se ne va in forma di calore, ma in forma di onde, e può dar luogo a una forma di coerenza.
La chimica e l'elettromagnetismo si incastrano l'una nell'altro, nel senso che le molecole non interagiscono casualmente, ma si incontrano per un principio di risonanza elettromagnetica, se le loro frequenze di oscillazione rispetto al campo si accordano. Per cui ci sono attrazioni privilegiate che daranno luogo a reazioni chimiche favorite rispetto ad altre. L'energia emessa da queste reazioni chimiche può trasformarsi in alimentazione di eccitazioni elettromagnetiche, che a loro volta portano il gioco più lontano.
Nell'acqua liquida semplice, la frequenza oscillatoria del campo responsabile della coesione delle molecole è una sola; quando abbiamo a che fare con più sistemi, ognuno con la sua frequenza, tenendo presente anche che cambiano nel tempo, cominciamo ad avere un insieme di “note” che variano nel tempo e non sono più note singole, ma voci, messaggi.
Questa può essere una delle strade per capire come emerge la coscienza dalla materia.